STORIA DELLA BEATIFICAZIONE DEL DOMENICANO CACCAMESE FRA’ GIOVANNI LICCIO DELL’ORDINE DEI PREDICATORI di Domenico Campisi

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Subito dopo il pietoso transito (dies natalis) del 14 novembre 1511, l’intera cittadinanza caccamese, il Clero e l’Ordine domenicano nutrirono la speranza di vedere il frate domenicano P. Giovanni Liccio innalzato agli onori degli Altari, anche se  già, quando era in vita, la gente lo amava e lo venerava chiamandolo Beato  non solo per le grazie e gli eventi prodigiosi operati per sua intercessione ma anche per la raggiunta perfezione della carità e l’eroicità delle sue virtù. Solo quando è perfetta la carità, possono dirsi perfette tutte le altre virtù, che la persona esercita quotidianamente. La virtù cristiana, per essere eroica, deve far sì che colui che la possiede operi facilmente, prontamente e con gioia, in modo superiore all’ordinario, per un fine soprannaturale, senza ragionamenti umani, con abnegazione e totale dominio dei moti dell’affettività. (Papa Benedetto XIV, De servorum Dei beatificatione).   

 Nel 1555, il Sommo Pontefice Paolo IV, con Breve apostolico, conferì al teologo caccamese Don Antonio Faso, abate di Santa Anastasia in Castelbuono, l’incarico di istruire e formare, in qualità di Giudice delegato, il processo di beatificazione e canonizzazione del frate P. Giovanni Liccio, raccogliendo documenti e testimonianze di quanti lo avevano conosciuto personalmente.

L’abate proseguì alacramente il lavoro intrapreso, ma la morte del Papa, avvenuta il 18 agosto 1559, determinò l’interruzione e la conseguente stasi del processo. Né il suo successore Pio IV, zio di San Carlo Borromeo, portò a termine il processo.

Ciò nonostante, il culto per il Liccio si accrebbe sempre più e fu tollerato sia dalle autorità ecclesiastiche non solo della Diocesi palermitana ma anche  dai superiori dell’Ordine domenicano.

Basti pensare che il Cardinale Giannettino Doria e i suoi successori, in visita pastorale a Caccamo, si recavano nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli per venerare le sacre spoglie del Beato Giovanni. E ancora il Padre Generale Agostino Calamino, in seguito divenuto Cardinale, inserì nel martirologio dell’Ordine, Giovanni Liccio come Beato.

Con la scomparsa dell’abate Antonio Faso, avvenuta il 28 ottobre 1572, la causa della beatificazione sembrò arenarsi, ma i  devoti del Liccio, per niente rassegnati, continuarono, con grande fede e con pubblico culto, a venerare il loro “Beato”,  affidandosi alla benevolenza dell’Onnipotente.

Era l’anno 1746: le preghiere, per la tanto attesa conferma pontificia, vennero finalmente, coronate da successo.

L’occasione si presentò quando Padre Tommaso Ripol, Generale dell’Ordine dei Domenicani,  aveva fatto osservare al collega del Regno delle Due Sicilie che l’isola, aveva dato i natali a tanti religiosi domenicani, ferventi di carità e  morti in fama di santità, ma era priva di un Santo o un Beato dei Padri Predicatori. Il Generale  si rivolse all’Arcivescovo di Palermo per avere ogni informazione sia  del culto che si protraeva ormai da secoli sia dei prodigi operati per intercessione del Liccio. L’istanza fu accolta favorevolmente. Il Provinciale P. Luigi Naselli conferì il delicato incarico al domenicano caccamese Padre Vincenzo Maria Tuso, nella qualità di professore di Sacra Teologia, il quale, recatosi a Roma per le opportune istruzioni, ritornò con la qualifica di postulatore della causa, osservando scrupolosamente le procedure per la canonizzazione che Papa Urbano VIII, con  decreto del 13 marzo 1625, aveva reso più severe.

“ Non argomenti giuridici o legali ma storici e scientifici devono essere i principali criteri da seguire nel determinare la santità di un candidato, sotto la guida della retta dottrina teologica. Questa mentalità storica deve essere critica, attenta ai tempi e alle condizioni nelle quali i Santi hanno vissuto, non incline alla leggenda o alla tentazione di porre ogni individuo in un modello precostituito”.

 Il 22 novembre 1749, a Caccamo, nella chiesa dell’Annunziata, ebbe inizio la prima sessione del processo. Il 18 luglio 1750 il processo informativo si chiuse favorevolmente e venne inviato a Roma alla Sacra Congregazione dei Riti la quale, dopo quasi tre anni di rigoroso e attento esame del fascicolo, emise il decreto con il quale approvò  ufficialmente il culto del frate P. Giovanni Liccio. Era il 14 aprile 1753.

In quel tempo sedeva sul soglio pontificio Benedetto XIV. Prima di essere proclamato Papa, egli svolse le delicate funzioni di “Avvocato del diavolo” con particolare rigore, intransigenza e inflessibilità nell’esigere l’osservanza delle norme regolanti la materia. Conscio, però, della bontà delle preclare virtù eroiche del frate di Caccamo, il 25 aprile del 1753, confermò il decreto della Sacra Congregazione dei Riti, elevando, in forma pubblica, agli onori degli altari, Giovanni Liccio, primo Beato domenicano di Sicilia.

Il 9 maggio 1753 lo stesso Pontefice concesse l’ufficio e la messa con l’orazione scritta di proprio pugno; il 16 luglio approvò le “lezioni” del Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori P. Antonino Bremond e per volere di Carlo III, decretò che la celebrazione del culto avvennisse il 14 novembre, giorno che ricorda il Dies natalis del Beato.

Una scritta latina su una lapide in ardesia del 1750, collocata nella nuova cappella del Beato, ricorda l’avvenimento: “

A MAGGIOR GLORIA DEL SIGNORE

Essendo papa Benedetto XIV, con l’autorità del reverendissimo signore frate Giuseppe Melendez, arcivescovo di Palermo, costruirono e portarono a termine il processo del Beato Giovanni Liccio di Caccamo, sacerdote professo dell’Ordine dei Predicatori: il reverendissimo dottore della sacra teologia don Rosario Iannelli, vicario foraneo e giudice; il molto reverendo padre maestro della sacra teologia frate Giuseppe Maria Accascina dell’Ordine dei Conventuali, aggiunto; il molto reverendo signore dottore della sacra teologia della congregazione della Passione del Signore don Rosario Patti, secondo aggiunto; il molto reverendo signore dottore della sacra teologia don Francesco Canzone, promotore fiscale; il molto reverendo padre fra’ Vincenzo Maria Tuso professore della sacra teologia dell’Ordine dei Predicatori, procuratore della causa; il reverendo sacerdote signore Domenico Termine, cursore; il reverendo sacerdote signore Vincenzo Pusateri, cursore; il signor Biagio de Blasio, notaio redattore dell’atto; il signor Salvatore Pesco, notaio aggiunto. Nell’anno 1750 dell’Incarnazione del Signore”.

La  circostanza delle solenni celebrazioni dei festeggiamenti per il V Centenario del Dies natalis del Beato di Caccamo, si pone come auspicio perché si possa riprendere, con rinnovato impegno, la riapertura del processo di canonizzazione, anche se, con sincero sentimento, crediamo, come afferma l’arciabate di St. Ottilien, Notker Wolfs, OSB, che “non è la canonizzazione a fare di un santo un santo; essa è semplicemente il riconoscimento ufficiale dell’opera di Dio in un uomo”.

                                                                                            

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