REALMONTE : I MISTERI ARCHEOLOGICI DEL TESORO DI CAPO ROSSELLO di Natalia Di Bartolo *

Natalia Di Bartolo

 

In genere, pensando che Realmonte sia stata fondata solo tra il 1650 ed il  1680 dal nobile Giovanni Monreale, che acquistò il feudo di Mendola ed ottenne la licenza di popolarlo, si ritiene che la cittadina abbia una breve storia alle proprie spalle. Non lo si può negare, per quanto riguarda specificatamente l’agglomerato urbano di Realmonte, ma molti realmontesi forse non sanno che la terra che calpestano e coltivano e le rocce che si trovano a picco sul loro mare contengono millenni di storia della Sicilia, della loro storia, che è opportuno tirar fuori dall’oblio e porgere a tutti come dato scientifico inconfutabile.

Una Realmonte greca? E’ la prima idea che possa venire in mente pensando alla vicinanza ad Agrigento…Certo! Ma non solo: il territorio dell’attuale Realmonte cela in sé tesori non solo archeologici, ma addirittura paleontologici di grande rilievo.

Se ci si guarda intorno dalla postazione della Marina Militare del faro di Realmonte, posizione privilegiata ed inconsueta, sembra di vedere soltanto scoscese rocce rossastre, punteggiate da cespugli di preziosa macchia mediterranea, che contrasta con il candore della Scala dei Turchi, ormai famosa in tutto il mondo.

La bellezza del paesaggio abbaglia; affascina l’antica torre di Monterosso, la cui sagoma si vede stagliarsi netta contro il cielo del tramonto, antica “torre di deputazione” del Regno delle due Sicilie, facente parte dell’antico ed ambizioso progetto costiero di avvistamento delle pericolose navi saracene.

Lo splendore paesaggistico e naturalistico del luogo è davvero raro, ma che non fuorvii il lettore, che s’interessa, giustamente curioso, alla storia di Realmonte e del suo territorio.

Si diceva dei greci…Ma forse molti non sanno che la storia del sito dell’attuale cittadina e di tutto il suo territorio ha inizio quasi nella notte dei tempi e che è merito riconosciuto dell’illustre Paleontologo Prof. Gerlando Bianchini aver condotto parecchie campagne di scavo proprio nella zona costiera di Realmonte, rinvenendo, sul promontorio di Capo Rossello, frammenti del cranio e diversi denti di quello che egli stesso ha definito come “Austroepitelicus siculus”, cosiddetto “gracilis”, progenitore dell’Homo sapiens, vissuto svariati milioni di anni fa.

L’importanza di questa scoperta ha dato al prof. Bianchini meritata fama internazionale, perché si è trattato di un ritrovamento di resti fossili del genere fra i più antichi del mondo.

Nelle varie campagne di scavo il prof. Bianchini ha individuato, oltre che resti fossili di antichissima fauna preistorica, anche manufatti umani, sempre preistorici.

Il primo ritrovamento avvenne a quota 111 m. sul mare, giusto sull’altipiano di Magaggiari, dove insiste il faro di Realmonte; resti del cosiddetto periodo Calabriano, che si colloca a circa un milione e seicentomila anni fa ed al quale risale anche la formazione del due celebri scogli, detti “do zitu” e “da zita”, denominati, invece, dagli arabi come “HAL HUYN”, “le due sorelle”.

Altri reperti preistorici ritrovati nella zona di Realmonte sono stati rinvenuti alla scala dei turchi ed a Giallonardo, risalenti al periodo “Musteriano”, ovvero da quarantamila a ventimila anni fa.

In particolare, a Giallonardo furono ritrovati, sempre dal prof. Bianchini, un buon numero di ciottoli, bellissimi e dai colori naturali, dipinti a cerchi concentrici con coloranti misti a resine. Non può che venire in mente, parlando di sassi, l’ancora più antica e celebre AMIGDALA di Realmonte, una pietra a forma di grossa mandorla, scheggiata dall’uomo, donata intorno al 1930 dal barone Tulumello di Racalmuto al Museo Civico di Agrigento.

La produzione da parte dell’uomo di ciò di cui si è detto risale veramente alla notte dei tempi: la paleontologia, l’archeologia, la storia hanno sempre affascinato l’uomo ed anche qui, un notaio di Porto Empedocle, Alfonso Gaglio, intorno al 1914, studiò la zona di Capo Rossello in un’ottica di ricerca del passato quale testimonianza di civiltà e di storia dimostrabile.

Rifacendosi agli studi di un archeologo tedesco, lo SCHUBRING, che, nel 1869 e nel 1893, affermava nei propri scritti l’esistenza di un’antica città sul monte Rossello, sotto Siculiana, otto miglia ad occidente di Girgenti, a suo dire chiamata “Cartagine” e, a quanto pare, distrutta dai Puni, il Gaglio volle constatare di persona.

Armato di pala e piccone, il notaio esplorò personalmente le pendici del Monte Rossello e concluse che veramente ivi poteva sorgere, quanto meno, una postazione militare, o, addirittura una città, così come si tramanda nelle leggende dei pescatori del luogo. Tale città, secondo la tradizione avrebbe dovuto chimarsi ERBESSO.

In realtà, secondo gli storici, esistettero due Erbesso: una in prossimità di Agrigento e l’altra vicino a Siracusa. A proposito della Erbesso di Girgenti, lo storico Ignazio Scaturro, nella sua “Storia di Sicilia” così scrive:

“Un’altra sicula Erbesso era nel territorio akragantino, ubicata, come credesi, nel faro di Rossello, a sud di Realmonte.(…)”.

Poi così prosegue: “Dopo cinque mesi il duce punico Annibale domandò a Catagine soccorso e n’ebbe cinquantamila fanti, seimila cavalieri e sessanta elefanti. Annone, da Lilibeo, li condusse ad Eraclea, donde, per tradimento, s’impadronì di Erbesso (non la città omonima vicino a Siracusa, ma quella abitata sul colle a sud di Realmonte, dov’è il faro di Rossello. Ivi ammassavano gli alleati il grano e i Romani si recavano a prenderlo. (…)”

E’ in tale modo, quindi, che si piomba nella Storia, non più nella preistoria ed è affascinante l’idea che sul monte Rossello possano esistere i resti della città di Erbesso, dove, come narra lo storico greco Polibio, nel 262 a.C. il tiranno Gerone inviava vettovaglie per aiutare i romani contro i cartaginesi.

Il Gaglio, quindi, nella sua ipotesi aveva autorevoli conferme e, scavando personalmente, con l’aiuto del nipote, avv. Alfonso, trovò in questa zona cocci, monete, punte di frecce, avanzi di fortificazioni, basi di edifici, strade, assieme ad altri oggetti utili per sostenere la propria credibile ipotesi.

Ma, con la città di Erbesso, Annibale ed i suoi elefanti, ci ritroviamo in piena epoca romana. E così, anche se un po’ distante dal faro, come non ricordare la magnifica Villa romana, che insiste nel territorio di Realmonte, risalente al I secolo d.C.? Un gioiello da valorizzare sempre al meglio.

Realmonte senza storia? Realmonte “moderna”? Assolutamente no! Si è visto il contrario, con dimostrazioni di testimonianze paleontologiche, archeologiche e storiche di tutto rilievo, ma è interessante proseguire con una leggenda, legata ancora al monte del faro, al monte dove sorgeva la città di Erbesso: lo stesso notaio Gaglio la raccolse dalla viva voce degli abitanti di allora.

Pare che un determinato giorno, ad una determinata ora, ogni sette anni, il monte si spacchi in un punto e dei diavoli (o dei geni) distribuiscano a chi passi giusto in quell’istante arance, mele ed altri frutti, tutti d’oro. Ciò pare che accadde a tale Zuccareddu, che approfittò anche dell’ingenuità di un contadinotto che non si rese conto della propria fortuna e, con tutto quell’oro, per gratitudine,  costituì una rendita per celebrare a Realmonte le “quarantotto ore” della settimana santa.

E chissà…Si parla, in fondo, di una costa che diventa collinosa che cela tesori…e si pensi che le leggende abbiano sempre un fondo di verità…il che autorizza, però, anche a chiedersi il perché di fonti storiche così esigue.

Per questo breve scritto, infatti, i dati sono stati raccolti dalla fonte più attuale ed autorevole, quella del prof. Giovanni Gibilaro, storico siciliano, da qualche anno purtroppo scomparso, pubblicata con il titolo “REALMONTE ANTICO” alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. L’esistenza di così poco materiale storico ed archeologico in merito ad argomenti di tale interesse lascia davvero stupiti.

Viene naturale chiedersi come mai una storia di tale portata, soprattutto quella della città di Erbesso, abbia avuto così pochi interessati. A quanto pare, filtrano indiscrezioni secondo le quali l’intero monte Rossello sia stato esplorato già da molti anni per intero con accuratezza. Perché, dunque, se ciò fosse vero, si continua a tacere? Come mai finora nessuno ha avuto l’input necessario per andare più a fondo, in materia di ritrovamenti e di ricostruzioni storiche?

Una recente campagna d’indagine sotto l’egida della Soprintendenza di Agrigento, compiuta a spese di privati, a quanto pare si è preoccupata di delimitare l’area d’interesse archeologico nella zona interessata; pertanto, non resta che auspicare che al più presto, almeno su quest’area, venga rivolta la massima attenzione dei ricercatori e degli storici, anche per evitare che eventuali reperti, trovati per caso da inesperti o da archeologi improvvisati, possano essere ignorati o addirittura trafugati.

La Cultura, come accennavo all’inizio, oggi si fa strada sempre più a Realmonte: nuove ipotesi e nuove scoperte, mettendo finalmente nero su bianco e radunando con competenza ed attenzione reperti vecchi e nuovi, mettendoli a disposizione del pubblico, potrebbero rendere giustizia a troppe lacune, che ancor oggi si trascinano senza soluzione.

 

* Addetto stampa Lions Club Agrigento Chiaramonte

 

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