L’ARTE DEL PENSARE di mons. Mario Russotto, Vescovo di Caltanissetta

L’ARTE DEL PENSARE

Una finestra sul mondo

Prima di entrare direttamente nel tema, vorrei evidenziare a mo’ di flash alcuni aspetti presenti nella nostra società, che interpellano la coscienza dei credenti e degli intellettuali cattolici. Una delle principali difficoltà del mondo e della cultura odierna nasce dalla perdita di universali e obiettivi criteri di verità, per cui nel comune e diffuso sentire non esiste una verità oggettiva ma ogni cosa è inevitabilmente provvisoria. Si tratta di un esasperato relativismo che in campo religioso incoraggia l’agnosticismo e sfocia in uno sfrenato soggettivismo, che viene elevato a misura e criterio di verità (cfr. Fides et Ratio, n. 47). Per questo l’attuale tendenza culturale lascia le persone prive di radici e confuse, generando una forte assenza di motivazioni e di significati del senso della vita, della storia, del vivere sociale, dell’esperienza di fede.Si innesca, conseguentemente, un immanentismo pericoloso che, eliminando il senso del Mistero e dell’Ulteriorità, genera un pragmatismo frustrante, sostituendo al primato dell’essere la frenesia dell’azione e dell’apparire. Pertanto, la persona vale per la sua capacità tecnico-organizzativa e non in sé, per la disponibilità ad eseguire passivamente e non per l’intelligenza o la capacità pensante. In tal modo si inseguono le mode, si cura l’estetica e tutto ciò che appare più che le persone e la sostanza delle cose.Il pragmatismo della cultura del ricco e borghese mondo occidentale orienta le persone verso esperienze superficiali, frammenta la loro attenzione, le rende ansiose e competitive, sopprimendo le disposizioni intellettuali e spirituali connaturate ad ogni individuo. Un ateismo pseudoscientifico e pratico antropocentrico, un’indifferenza religiosa ostentata e un materialismo edonistico invadente emarginano la fede considerata evanescente, senza consistenza né pertinenza culturale, rispetto all’imporsi di una cultura tecnicista ed efficientista.In questa cultura tutto appare immediato e transitorio, e tale senso di provvisorietà facilmente restringe gli orizzonti delle speranze umane. Essa influenza anche la dimensione profonda dei rapporti e delle amicizie: nasce la paura d’impegnarsi e si preferiscono rapporti non duraturi. L’influsso di questa cultura, aggravata dalla tendenza al “pensiero unico” e dalla velocizzazione della comunicazione e dell’informazione, corrode il coraggio e la capacità di pensare, elimina le differenze fomentando l’indifferenza e, inoltre, erode la capacità delle persone di prendere decisioni esistenziali durature. Un aspetto spesso trascurato nella cultura contemporanea è quello relativo alla resistenza a una visione sociale. Forse perché le vecchie ideologie si sono dimostrate deludenti, c’è una certa tendenza a restringere l’orizzonte al privato e ai circoli ristretti di propri pari, ad esaltare l’emozione più che la ragione, gli umori più che la comprensione profonda delle cose.E allora occorre il coraggio di riappropriarsi della propria intelligenza, il coraggio di formare uomini e donne capaci di alta coscienza critica e di profondo discernimento, attraverso l’esercizio della ragione, educando alla non facile arte del pensare per fermentare dal di dentro le culture e la società con il seme della giustizia, della legalità, dell’autenticità e della solidarietà.

2 L’arte del pensare

2.1. Affascinante avventura

Nel 1965, a chiusura del Vaticano II, Paolo VI affidava agli uomini e alle donne di cultura di tutto il mondo il messaggio del Concilio con queste parole: «Un saluto tutto speciale a voi, cercatori della verità…, a voi tutti, pellegrini in marcia verso la luce, e un saluto anche a coloro che si sono arrestati nel cammino, stanchi e delusi per una vana ricerca… Noi siamo gli amici della vostra vocazione di ricercatori… continuate a cercare, senza stancarvi, senza disperare mai della verità!… Ma non dimenticatelo: se pensare è una grande cosa, pensare è anzitutto un dovere… Pensare è anche una responsabilità… Abbiate fiducia nella fede, questa grande amica dell’intelligenza!».Pensare, dunque, è una grande cosa, perché è vocazione inscritta nell’homo sapiens imago Dei, è itinerario verso il pieno possesso di sé e delle proprie facoltà, è strada in salita alla conquista di un creato da “coltivare e custodire”, è acquisizione e offerta di senso.

2.2. Assunzione di responsabilità

Pensare è vocazione a cui nessun uomo può sottrarsi, perché è una forma eminente dell’essere e risponde alla lode più alta al Creatore datore dell’intelligenza. Per questo l’uomo deve essere un ricercatore instancabile del significato profondo della vita e del “verso dove” della storia, con l’orecchio teso a percepire i rumori della strada, declinando nel quotidiano l’intus-legere, cioè la capacità di leggere e discernere il “filo rosso” della verità nelle pieghe di una storia a volte assurda e sghemba. Pensare è assunzione di responsabilità e offerta di senso agli smarriti di cuore, è ricerca del Mistero nel cui grembo la vita è avvolta.Pertanto ogni uomo e ogni donna non può e non deve sotterrare il talento dell’intelligenza, né arrestarsi dinanzi alla fatica del pensare… perché – scriveva Simone Weil – «se c’è un vero desiderio, se l’oggetto del desiderio è veramente la luce, il desiderio della luce produce la luce… Quand’anche gli sforzi rimanessero in apparenza sterili per anni, vi sarà un giorno in cui la luce, esattamente proporzionata a quegli sforzi, inonderà l’anima».Uomini e donne, onesti nel pensare e nell’agire, devono avvertire la responsabilità di educarsi ed educare la coscienza pensante per essere in grado di dare ragione della speranza alla quale credono, verso la quale tendono e cercano di condurre la storia. Perché ci vuole gente «che sia veramente all’altezza della complessità dei tempi e sia in grado di affrontare, con competenza e con chiarezza e profondità di argomentazioni, le domande di senso degli uomini d’oggi» (Giovanni Paolo II).

2.3. Interrogare e interrogarsi

Oggi non sono più sufficienti risposte confezionate, né spiegazioni superficiali e frettolose. Per questo occorre quanto scriveva Sant’Agostino nel De Trinitate: «Ho desiderato vedere con l’intelletto ciò che ho creduto, e ho molto disputato e faticato». E allora è necessario educarsi e formarsi all’arte del pensare come stile di vita.Questo esige l’impegno a conoscere, studiare e vagliare con sano senso critico le idee e le suggestioni dei vari areopaghi di cultura, formandosi allo stile del dialogo fondato sull’ascolto e la capacità di interrogare e lasciarsi interrogare.

3. Il dialogo e la persona

Perciò scriveva nella sua prima enciclica, l’Ecclesiam Suam del 1964, Paolo VI: «La Chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio… (perché) ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli… Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo… Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio» (ES, n. 67.70.90).E allora non possiamo cadere nel complesso di Giona, cioè nel complesso di quel profeta in fuga che rifiutava il metodo del dialogo e la fatica del discernimento, che rifiutava di sporcarsi le mani con gli abitanti di Ninive, considerati da lui peccatori e irredimibili.Occorre invece, oggi più che mai, che pensare e progettare un nuovo umanesimo, affrontando le sfide della non significanza e della caduta della tensione ideale. Un umanesimo in grado di offrire proposte di senso e di mete, facendosi sapienza di vita nello stile della ricerca e nella ricomposizione dell’unità della coscienza, senza maschere e schizofrenie laceranti.3L’unità della coscienza esige una intelligente e matura capacità di cogliere il presente e il significato degli eventi quotidiani anche alla luce del Vangelo e della fede cristiana, per superare il vivere a compartimenti stagno e restituire ciascuno al suo essere autentico di persona.Nella cultura greca persona si dice prosopon, cioè “maschera”, in quanto nel teatro gli attori tenevano una maschera, appunto, davanti al viso. Il prosopon allora evoca l’ambiguità e la complessità dell’uomo, che non solo non è mai esattamente come appare, ma ha in se stesso una realtà e una profondità non racchiudibili in ciò che mostra di sé, in ciò che appare, nella sua fisionomia esteriore. E d’altra parte, la maschera-persona è anche quella che per essere accettata dalla società e dalla comunità in cui è inserita sente quasi il bisogno di camuffarsi, di rispondere agli standard e alle attese altrui, pena la sua emarginazione. Ma così l’uomo diventa uno, nessuno, centomila…

4. L’ascesi del pensiero e della cultura

4.1. Credenti e perciò pensanti

Scriveva nel 1999 il Card. Carlo Maria Martini: «La differenza… (non è) tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo e non sanno più accendersi di desiderio e di nostalgia al pensiero dell’ultimo orizzonte e dell’ultima patria».L’arte del pensare, illuminata dalla fede, fa sì che una sana e profonda cultura si offra quale servizio capace di leggere con coscienza critica e credente la realtà, per riuscire a cogliere nell’intrigo della storia il fragile snodarsi del progetto di salvezza. L’arte del pensare sospinge la cultura a farsi servizio di coraggiosa profezia nella storia. Scriveva Romano Guardini: «C’è qualcosa che si potrebbe definire come una profezia storica. In questa profezia parlano uomini che avvertono le correnti profonde del grande movimento della storia e vedono la direzione in cui esse vanno. Può succedere così che questi uomini, ad un dato momento, quando tutti quanti si sentono tranquilli e sicuri nella condizione dominante, debbano annunciare la dissoluzione di questa condizione, e il farsi avanti di una nuova forma di esistenza che preme dal grembo della storia».Oggi più che mai la difficile e faticosa arte del pensare esige credenti capaci di ricerca amorosa della verità, di coscienza critica come nucleo interiore della persona in cui si compie la mediazione tra fede e storia, di autonomia del giudizio, di forza libera e liberante del pensiero, di responsabilità personale, di affezione a questo mondo nel quale impegnarsi anche attraverso il servizio della cultura.4Per questo occorre unità del sapere e della vita per vincere il frammentarismo e formare «uomini e donne dimostrativi» (E. Mounier), persone che sappiano esprimere una presenza umanamente significativa, che sappiano vivere la cultura come impegno per l’altro e testimoniare con la propria vita il valore liberante della fede cristiana.E ancora, occorre formare uomini e donne pensanti che abbiano il coraggio di osare e di assumersi pienamente le responsabilità della vita, lì dove viene chiesto il loro contributo di idee e di servizio, uomini e donne propositivi capaci di superare timidezze e paure, in grado di dialogare con competenza e convinzione con i loro contemporanei e con chiunque domandi ragione della loro speranza.

4.2. Il pensare come ascesi

Occorrono uomini e donne coraggiosamente capaci di pensare con la propria testa e camminare con le proprie gambe. E a voi laici cattolici è chiesto il coraggio e la parresia del pensare credente e del credere pensante, che permette alla conoscenza di farsi sapienza vivendo l’arte del pensare come ascesi e ricerca amorosa della verità. Perché c’è bisogno di persone che sappiano pensare, che sappiano leggere dentro ed oltre l’apparenza e l’oggettività delle cose, educando alla difficile arte della scelta. Ama Dio con tutta l’intelligenza può dunque essere il supremo precetto degli intellettuali cristiani impegnati nella società e nel mondo della cultura.

5. Conclusione: pregare e pensare

Concludo affidando a ciascuno di voi queste ultime brevi battute.La Gaudium et Spes afferma: «E’ proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente umano se non mediante la cultura» (GS, n. 53).Perché ogni cultura – disse Giovanni Paolo II all’ONU nel 1995 – «è uno sforzo di riflessione sul mistero del mondo e in particolare dell’uomo: è un modo di dare espressione alla dimensione trascendente della vita umana. Il cuore di ogni cultura è costituito dal suo approccio al più grande dei misteri: il mistero di Dio». Pertanto, ha scritto Giovanni Paolo II nel 1982, «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».Il servizio e la missione degli intellettuali cattolici oggi più che mai deve saper attraversare le forme espressive del pensiero e della cultura, come arte e a partire dall’arte, perché il genio e la sensibilità dell’uomo sono connaturali alla verità e alla bellezza del mistero divino. Ne I demoni Dostoevskij afferma: «L’uomo solo senza la bellezza non potrebbe vivere, poiché non ci sarebbe nulla da fare al mondo! Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui».E V. Soloviev ha scritto: «La bellezza della natura e la forza dell’amore sono come due ali che ci elevano al di sopra della terra».Abbiamo bisogno di queste due ali per elevare le nostre coscienze e il mondo intero, ma occorrono anche altre due robuste indispensabili ali: la capacità di pensare e il coraggio di pregare, perché – diceva Bruce Marshall – «soltanto due cose salveranno il mondo: il pensiero e la preghiera; il guaio è che sovente chi pensa non prega e chi prega non pensa».

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* Lectio tenuta  giorno 8 ottobre 2010 in occasione dell’apertura dell’anno sociale, organizzata dai Lions Club Comiso Terra Iblea, Vittoria e Ragusa Monti Iblei.

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