* Randazzo e Bronte

RANDAZZO

 

Itinerario Storico – Culturale

Da visitare

Basilica di Santa Maria

Interamente costruita in pietra lavica ha subito diverse fasi costruttive. La parte più antica è quella absidale e risale al XII secolo. La costruzione, realizzata in blocchi squadrati di basalto presenta elementi interessanti, come le absidi, i due portali di mezzogiorno e tramontana e lo stemma di Randazzo (scudo in marmo bianco raffigurante un leone rampante, simbolo di regalità e di forza). Il campanile neo – gotico è stato costruito nella seconda metà del XIX sec., ed alterna pietre bianche e nere.

Ai lati delle porte d’ingresso del campanile, troviamo degli angeli in pietra calcarea che fungono da cariatidi, mentre i capitelli mostrano una varietà di motivi floreali. All’interno della chiesa una fuga di colonne in pietra lavica, alcune delle quali monolitiche, conferisce austerità e bellezza.

Sull’altare maggiore, costruito nel 1663 in marmo policromo intarsiato, troneggia una Madonna di Pietro Vanni del 1886. Tra i molti dipinti che trovano collocazione all’interno della chiesa, da segnalare: Il Martirio di Sant’Andrea, opera del siciliano Giuseppe Velasques (XIX secolo); La Crocifissione, opera del pittore fiammingo Van Houmbracken (XVII secolo); La Madonna del Pileri, posta sulla porta Nord, probabilmente il dipinto più antico della città; La salvezza di Randazzo, attribuito a Girolamo Alibrandi (XVI secolo), che si trova sulla porta Sud; il Martirio di S. Lorenzo e il Martirio di S. Agata, di Onofrio Gabrieli, un Martirio di S. Sebastiano di Daniele Monteleone (tutti del XVII secolo); per finire una Pentecoste (XVI secolo), la Dormizione, Assunzione e Incoronazione di Maria Vergine in Cielo, di Giovanni Caniglia (1548), al cui schema composito si ispira la Vara, un Battesimo di Gesù, del randazzese F. Paolo Finocchiaro del 1894 e, sull’altare di destra, Il Crocifisso in legno del Frate Umile da Petralia (XVII secolo).

Chiesa di San Nicolò di Bari

Costruita nel XIII secolo, ha subito nel corso degli anni diversi rifacimenti. Della costruzione originale restano solo le absidi poligonali, il resto è stato ricostruito: la facciata nel 1594, l’interno nel 1603, diverse cose ancora dopo i bombardamenti del 1943.

All’interno della chiesa troviamo alcune opere degne di nota: La statua di San Nicola (1523) e la Custodia del Sacramento, di Antonello Gagini, grande scultore siciliano del XVI secolo; Il fonte battesimale, in pietra arenaria del XIII secolo; Un trittico della scuola di Antonello da Messina, raffigurante la Madonna tra Sant’Agata e Santa Lucia; Un Crocifisso dipinto su tavola del XVI secolo.

Chiesa di S. Martino

Sita nella piazza omonima, di fronte al Castello Svevo, vanta uno dei più bei campanili della Sicilia.

Costruito in pietra bianca e pietra nera, le bifore danno movimento a tutta la struttura. In alto troviamo delle trifore interamente in pietra arenaria, colmate da dei timpani decorati.

All’interno della chiesa si possono ammirare diverse opere sopravvissute alle incursioni aeree della Seconda Guerra Mondiale: Una tavoletta della Pietà del XV secolo; Un polittico del XV secolo attribuito ad Antonello de Sabila; Il fonte battesimale, in marmo rosso, di Angelo Riccio (1447); una Madonna in marmo di scuola gaginesca; un Ciborio di marmo traforato in stile gotico; Il Crocifisso in legno, del Matinati (1540), che secondo la leggenda era destinato ad altro luogo, ma una volta aver sostato a Randazzo (all’interno della chiesa di San Martino), non ci fu modo di farlo ripartire, perché ogni qual volta si cercava di uscirlo dalla chiesa iniziava a piovere a dirotto.

Castello Svevo

Unico superstite delle otto torri poste a guardia della città, sulla cinta muraria, fu prescelto come residenza dell’imperatore Federico II di Svevia, a partire dal ‘500, sotto Filippo II, venne adibito a pubbliche carceri per tutto il Valdemone.

Tra le otto torri di guardia rappresentava di certo la torre più fortificata, data la sua posizione strategica sul lato di nord-ovest, tanto da essere definita il maschio della città.

Il Castello si presenta su due piani con un torrione nella parte centrale. Al piano terra abbiamo un poderoso portale, collocato nel 1640, in pietra lavica. Chiuso nel 1971, fu poi restaurato e attualmente ospita il Museo Archeologico “Paolo Vagliasindi” ed il Museo dei Pupi Siciliani.


 

 

Da gustare

Primi e secondi piatti: Pasta con funghi di ferla (fung’i ferra); spaghetti con asparagi selvatici (sparacuogni); formaggio pecorino; provola. Dolci: Nuvolette; Mostaccioli.


Itinerario Paesaggistico

Da visitare

Lago Gurrida: collocato poco fuori la città, all’interno del parco dell’Etna, (sulla s.s.120 da Randazzo verso Maniace) è il risultato di uno sbarramento delle acque del torrente Flascio, da parte d’antiche colate laviche. Costituito da un bacino artificiale, realizzato negli anni ’70, durante i mesi invernali, quando le piogge abbondanti causano l’esondazione del fiume su citato, si forma un bacino naturale in una vasta zona dove è collocato un vigneto. Questo fenomeno è dovuto alle particolari condizioni del territorio, trattandosi, infatti, di un’area argillosa che forma appunto una depressione nel terreno.

Le centenarie viti che vi vegetano si sono perfettamente adattate a vivere sotto una coltre d’acqua che, nei periodi di massima portata, può superare anche i tre metri.

Il succedersi delle stagioni conferisce al paesaggio aspetti diversi, si passa dalla livrea invernale caratterizzata dalle zone sommitali dell’Etna innevate, alle diverse tonalità di verde del risveglio primaverile, ai verdi cupi e bruni intensi del periodo estivo, luogo ideale per il riposo degli uccelli migratori. Difatti all’interno del territorio del lago è possibile praticare il bird – watching, visto la presenza di numerose specie di volatili (Aironi cenerini, Garzette, Mestoloni, Svassi, Marzaiole, Cavalieri d’Italia, ecc.).

dal sito: www.prolocorandazzo.it


Bronte



Grosso centro con un’economia prevalentemente agricola, si trova, a 50 Km dal capoluogo Catania, incastonato in un pendio tre le falde occidentali delvulcano Etna, ricoperte di sciare e di boschi, il fiume Simeto ed i primi contrafforti dei monti Nebrodi.

La città domina l’alta valle del Simeto e si estende, scendendo dolcemente dalle falde dell’Etna, fino alle rive del fiume dove, a segnare il confine del comprensorio comunale, si trovano gli ultimi antichi ed imponenti rivoli di magma lavico corroso dalle acque.

Il territorio brontese (25.000 ettari) è uno dei più vasti della Provincia di Catania. Ha una conformazione varia ed interessante sia per l’elevato grado di diversità biologica sia per la qualità delle entità che vi sono rappresentate e soprattutto per la natura stupenda ed incontaminata che lo contraddistingue.
Non per niente Bronte dà più della metà del suo territorio al Parco dell’Etna ed al Parco dei Nebrodi, alla zona protetta delle Forre laviche del Simeto ed al Parco fluviale dell’Alcantara. Il territorio ha un’altitudine che va dai 380 ai 3350 metri. Si estende dalla cima del Cratere Centrale dell’Etna (3.350 m.) fino a quella di Monte Soro, sui Nebrodi, e ricade all’interno di due splendidi parchi:   il Parco dell’Etna (al quale dà circa 10.000 ettari) ed il Parco dei Nebrodi (che comprende 3.871 ettari del territorio brontese di cui 1.495 nella zona A di riserva integrale).

Straordinariamente vario ed ampio, il territorio e l’ambiente brontesi rappresentano un campionario di bellezze naturali contraddistinte da un singolare succedersi di vegetazione e colture tanto diverse quanto rigogliose. Coltivazioni agricole, boschi secolari contornati da torrenti e piccoli laghi, bizzarri e suggestivi paesaggi lavici ne fanno un luogo ancora in parte incontaminato e pittoresco.

Il centro abitato, con strette stradine ad andamento tormentoso ed arabeggiante e ripide scalinate, è situato ad un’altezza media di 800 metri, sul fianco nord-ovest dell’Etna.

La sua altitudine va dai 600 metri del punto più basso (nuovi quartieri di contrada Sciarotta) ai 940 della zona di SS. Cristo (zona artigianale).

Bronte è un paese a misura d’uomo: lo rendono tale il clima, la salubrità dell’aria, le caratteristiche viuzze e le case addossate le une sulle altre, il carattere aperto e franco dei cittadini, la mancanza d’eccessive ricchezze come anche d’eccessiva povertà.
Per chi va a Bronte questo si traduce nel calore dei residenti, nella cordialità di quanti gestiscono strutture ricettive, in un’ospitalità in costante miglioramento, nell’abilità e nella maestria degli artigiani, in una cultura antica e in una natura stupenda ed incontaminata.

La modesta, tranquilla, silenziosa vita sociale si svolge prevalentemente lungo il Corso Umberto, (“a chiazza“) la via principale che taglia in due il Paese.

Il Corso, dalle caratteristiche basole squadrate in pietra lavica, è la strada maestra dell’abitato. E’ la prima che si incontra venendo a Bronte da Catania. Inizia allo “Scialandro” e, con un andamento tortuoso, fa da cornice a molte chiese, alle piazze, ai palazzi più importanti ed ai negozi più prestigiosi.
Rappresenta il salotto brontese, il centro commerciale, il luogo delle feste e delle manifestazioni, degli appuntamenti dei giovani e degli anziani, un andirivieni continuo di persone che s’incontrano, discutono e passeggiano.
Termina, attraverso la massiccia e sempre presente struttura del Real Collegio Capizzi, in Piazza Spedalieri, la zona delle feste e delle manifestazioni pubbliche.

La Chiesa della Trinità

La Chiesa della trinità fu realizzata verso i primi anni del sedicesimo secolo dall’unione di due chiese adiacenti, quella della Santissima Trinità e quella di Santa Maria.

L’edificio all’esterno presenta un imponente campanile databile al 1579 e una grande scalinata che sottolinea la particolare bellezza della porta centrale in pietra lavica realizzata da maestri locali con molto estro e tecnica.

Per quanto riguarda l’interno, la sua struttura a tre navate rispecchia lo schema classico della maggior parte delle costruzioni sacre del tempo.

In esso sono contenute diverse opere d’arte attribuibili a vari artisti ed epoche. Fra tutte merita una menzione particolare un preziosissimo crocifisso in legno risalente al sedicesimo secolo.

Esso, pur essendo opera di un artista sconosciuto, è di grande valore per la meticolosità della lavorazione che è riuscita a dare una espressione molto umana al volto del Cristo.

IL PISTACCHIO DI BRONTE

Bronte, Eden di pistacchio, con un frutto dal gusto e dall’aroma universalmente riconosciuti come unici e particolari.

L'”oro verde“, così è denominato il “pistacchio verde di Bronte”, rappresenta la principale risorsa economica del vasto territorio della cittadina etnea. Concorreranno la terra e le sciare dell’Etna, la temperatura o il portainnesto, le tradizioni di coltura tramandate da padre in figlio, fatto è che la pistacchicoltura brontese, a differenza dei prodotti di provenienza americana o asiatica, in massima parte con semi di colore giallo, produce frutti di alto pregio, molto apprezzati e richiesti nei mercati europei e giapponesi per le dimensioni e l’intensa colorazione verde.

Il pistacchio brontese è dolce, delicato, aromatico. Soprattutto è unico. Fra le varie qualità coltivate nel Mediterraneo e nelle Americhe possiede colori e qualità organolettiche che ne fanno un unicum in tutto il mondo con un suo sapore soave che i frutti prodotti altrove non hanno.

Viene apprezzato nei mercati italiani ed esteri per l’originalità del gusto e l’adattabilità in cucina e in pasticceria. E’ usato nell’industria dolciaria sopratutto per preparare torte, paste, torroni, mousse, confetti, gelati, e granite, ma è squisito anche nei primi e secondi piatti o arancini; è utilizzato anche nella preparazione degli insaccati (ottimo nelle mortadelle e nelle soppressate) e nel settore cosmetico.

A Bronte se ne raccolgono oltre 30 mila quintali e, quello con guscio (la “tignosella”) si vende a circa 4,00/6,00 euro al chilo e a 9,00/15,00 quello senza guscio (“sgusciato”).

Una ricchezza di quasi 15 milioni di euro che rappresenta poco più dell’1% della produzione mondiale di pistacchi.
L’ottanta per cento del prodotto brontese è esportato all’estero, sopratutto in Europa, il restante 20% trova impiego nell’industria nazionale (il 55% industria delle carni insaccate, il 30% nell’industria dolciaria ed il 15% nell’industria gelatiera, con un rapporto gelateria industriale/artigianale che potrebbe essere del 60/40%).

Il frutto viene commercializzato sotto diverse forme: Tignosella (pistacchio non sgusciato), pelato (sgusciato e privato dell’endocarpo), granella, farina, bastoncini, affettato o pasta di pistacchio.

Certamente quasi nessun agricoltore brontese vive più di solo pistacchio: la coltivazione occupa solo una parte dell’impegno lavorativo e fornisce una fetta di reddito; è in pratica una seconda attività, ma essenziale per la sopravvivenza della famiglia e della comunità e forse è più la passione che l’economia a spingere i brontesi ad impiantare ancora alberi di pistacchio (che daranno i primi frutti solo dopo circa dieci anni).

Nella zona si contano quasi mille produttori, la maggior parte con piccoli appezzamenti di terreno sciaroso di meno di un ettaro e qualche grosso produttore con un multiplo di ettari.

Il frutto raccolto viene in genere smallato ed asciugato ad opera del produttore stesso, che poi vende il suo pistacchio in guscio alle aziende esportatrici o lo conferisce alle cooperative.


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