Tindari e il Parco regionale dei Nebrodi

TINDARI

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Tindari, l’antica Tyndaris, una tra le ultime colonie greche siciliane, richiama immediatamente alla mente i laghetti di Marinello e il famoso Santuario della Madonna del Tindari, la Madonnina nera, come viene affettuosamente chiamata per via del suo aspetto. Si tratta di una statua lignea di stile bizantino, la cui provenienza viene tradizionalmente indicata dall’Oriente.

A tal riguardo è opportuno precisare che nel 1949, il vescovo Ficarra storico umanista affermò che la venerata icona fu portata dall’Oriente, assai antica e di stile bizantino, probabilmente giunse in epoca iconoclasta o durante il periodo delle crociate, quando “le galee delle Repubbliche Marinare veleggiavano di continuo verso il mondo orientale ed il rito greco fiorì a lungo nella nostra Sicilia”.

Il nuovo Santuario, che ospita la Madonna nera, fu edificato tra il 1959 ed il 1979 dato che il Santuario esistente fu ritenuto non più capace di accogliere i pellegrini.Il nuovo Santuario la cui costruzione nella villa del Santuario, previde lo sbancamento della roccia e la demolizione di alcuni locali, lasciò intatta l’antica chiesetta.

Il Santuario fu realizzato a croce latina con abside e transetto. Dietro l’altare maggiore si ammira la statua della Madonna del Tindari, cui vengono attribuiti poteri miracolosi. Il Santuario è per questa ragione meta di pellegrinaggi, che si concentrano in special modo il 18 Settembre. Una dicitura incisa sul basamento della statua, recita: “Nigra sum sed formosa”. Tale espressione che spesso desta curiosità, fu ripresa dal Cantico dei Cantici e fa riferimento alla bellezza di Maria ed al colore bruno del suo viso.

Riguardo l’antico Santuario si ritiene che esso fu tra i pochi edifici risparmiati dalla distruzione degli Arabi. Tale chiesa cosruita sui ruderi del primo Santuario, ospitava probabilmente già la Statua della Madonna, dal periodo in cui la città era stata dominata dai Bizantini (535-836), dopo che in Oriente era iniziata la persecuzione iconoclasta. Il vecchio santuario adesso aggregato al nuovo complesso, fu riedificato nel 1549 dopo le devastazioni subite ad opera del corsaro Barbarosa cinque anni prima.

 

 

 

Rais Dragut, soprannominato Ariadeno Barbarossa, famigerato pirata algerino, dopo aver saccheggiato Lipari, sbarcò a Patti e da lì arrivò anche al Santuario del Tindari. Miracolosamente rimase intatta la statua della Madonna nera.

Il percorso per giungere a Tindari è molto suggestivo….

provenendo da Est, è tutto un susseguirsi di colline digradanti verso il mare. Alcuni scorci mostrano la bellezza del Golfo di Patti e le spiagge, e lo sguardo può spaziare fino a Capo di Milazzo. Dalle spiagge di Oliveri, si possono raggiungere i laghetti di Marinello, noti per il fatto di suggerire visivamente l’immagine della Vergine, si possono ammirare dall’alto dalla terrazza antistante il Santuario. In realtà una immagine riconducibile al profilo della Vergine Maria fu riconosciuta solo nel 1982, in uno dei laghetti che assunse una forma simile ad una donna con il velo, messa di profilo.

La forma dei laghetti infatti, proprio perchè soggetti alle azioni naturali, non è mai identica… Si tratta di specchi d’acqua di mare poco profondi generati dall’insinuarsi del mare nella baia. Questi laghetti comunque, proprio per via della loro natura riescono ad evocare sensazioni. Una leggenda narra di una bambina lì precipitata dall’alto che fu miracolosamente salvata dal ritirarsi delle acque che da allora lasciarono il posto a quella base di sabbia soffice, che ne avrebbe attutito la caduta, come l’abbraccio di una madre, le Madonna del Tindari.

Riguardo l’antica Tyndaris essa aveva una pianta regolare, con tre ampi decumani e cardini perpendicolari. Venne fondata dal tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio nel 396 a.C. per ospitare dei profughi spartani alla fine della guerra del Peloponneso (404 a.C.). Il nome, generalmente si pensa derivi dai Dioscuri, chiamati anche Tindaridi, ed al loro padre terreno Tindaro, eroe e re mitico di Sparta.

Punto strategico nel controllo del tratto di mare compreso tra le Eolie e Messina, per via della posizione dominante, era dotata di una imponente cinta muraria, costruita al tempo di Dionisio -sostituite in seguito da un doppio paramento di massi di pietra squadrata.Tali mura si incontrano lungo la salita che conduce alla sommità di capo Tindari, durante la quale si costeggiano a tratti. In realtà tale cinta muraria racchiudeva soltanto nei punti non difesi naturalmente la cittadina.

In seguito passa sotto il dominio romano e conosce un periodo di grande prosperità. Successivamente la città subì un periodo di decadenza, si pensa a causa di una frana di cui parla Plinio, che fece precipitare una parte della città. Inoltre subì anche la conquista da parte degli Arabi nel IX sec. d.C. Il ginnasio, meglio noto come la Basilica è un edificio eretto in età tardo imperiale, a tre piani di cui resta solo parte di quello inferiore.

Si tratta di una ampia navata ad arcate i cui resti non danno certezza circa la sua funzione che tuttora resta incerta. Una galleria accessibile solo ai due estremi, fiancheggiata ai lati da due strade a cielo scoperto che avevano sbocco sull’agorà attraverso le aperture che facevano corpo con la facciata. Interessante anche il teatro di origine greca (fine del IV sec. a.C.) costruito a monte del decumano, sfruttando la naturale conformazione del terreno con la cavea rivolta verso il mare, divisa in 11 cunei con 28 gradini.

http://www.fotoartearchitettura.it

Come arrivare a Tindari:

Auto:Uscita FALCONE dell’autostrada A20 se si proviene da Messina – Uscita PATTI se si proviene da Palermo –> proseguire per TINDARI lungo la Strada Statale n° 113 seguendo le indicazioni stradali.

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IL PARCO REGIONALE DEI NEBRODI

Il Parco regionale dei Nebrodi, istituito il 4 agosto 1993, con i suoi 86.000 ha di superficie è la più grande area naturale protetta della Sicilia.


I Nebrodi, assieme alle Madonie ad ovest e ai Peloritani ad est, costituiscono l’Appennino siculo. Essi s’affacciano, a nord, direttamente sul Mar Tirreno, mentre il loro limite meridionale è segnato dall’Etna, in particolare dal fiume Alcantara e dall’alto corso del Simeto.

Ricco di boschi, il parco rappresenta un’oasi di verde inaspettata in una Sicilia solitamente brulla. nel territorio del parco anche il lago Maulazzo, un invaso artificiale al centro della maestosa faggeta di Sollazzo Verde.

Spicca nel parco la vetta verdissima di Monte Soro dalla quale si può godere di un panorama mozzafiato. Inoltre, ricadente nel territorio di Cesarò, il Lavo Biviere costituisce una zona umida d’alta quota di grande interesse naturalistico: la ricchissima flora e le numerose specie di uccelli acquatici che vivono nel lago, oltre a quelli che vi sostano durente le grandi trasvolate migratorie, rendono il sito incantevole.

Ancora di più in estate, quando la fioritura di una particolare alga, tinge le acque di rosso.
In ultimo, le formazioni rocciose ricadenti nel territorio di Alcara Li Fusi, aspre e inaccessibili, sono i luoghi di numerose specie di rapaci.

Come arrivare nel parco

In auto: Molte strade collegano il territorio del parco dei Nebrodi con le principali città della Sicilia: per chi arriva da Palermo può percorrere la strada statale 117, che si diparte da S. Stefano di Camastra, che costeggia il versante occidentale tra Mistretta e Nicosia oppure la provinciale 168 per Caronia-Capizzi.

Per chi proviene da Messina o dall’Autostrada A20 può percorrere la strada statale 116 (Capo d’Orlando-Randazzo) oppure la strada statale 289 (S.Agata Militello-Cesarò) e le numerose strade provinciali come la 157 (Rocca di Caprileone-Tortorici) la 160 (S.Marco d’Alunzio).
Per chi si avvicina al territorio da Catania si suggerisce di percorrere la strada statale 120 dell’Etna e delle Madonie.

Autostrade:

  • A20 Messina – Palermo.

Viabilità ordinaria:

  • Statale 116 da Capo D’Orlando a Randazzo
  • Strada statale 289 da Sant’Agata di Militello a Cesarò
  • Strada statale 117 da Santo Stefano di Camastra a Nicosia
  • Strada provinciale 168 da Caronia a Capizzi
  • Strada provinciale 157 da Rocca di Caprileone a Tortorici.

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LA GASTRONOMIA NEL MESSINESE


La gastronomia messinese non è solo pesce; infatti il risotto alla peloritana, la pasta stufata con i pecorini dei Nebrodi, il bucatino con il cavolfiore bianco e le prugne nere vi ricorderanno immediatamente che all’interno di questa provincia si trovano i solenni monti Nebrodi dove vive allo stato semibrado il suino nero. Un suino importante per l’economia di questi monti, che finisce alla griglia o in saporite braciole, mentre il resto serve sia per il famoso salame di Sant’Angelo, fatto con le carni tagliate a punta di coltello, sia per i prosciutti e le còppe.

Da qui provengono anche altre carni delicate, come quelle dei capretti dei Nebrodi, discendenti delle capre selvatiche che diedero il nome a questi monti, dal greco nebrodes: sono rinomati i cosciotti che finiscono in forno, profumati di rosmarino e timo.

In questa miriade di delizie gastronomiche, oltre che fra le carni, avrete da scegliere tra la sfilza di sughetti di pesce con cui condire non solo spaghetti, ma anche ottimi risotti e, in una città di mare come Messina, il pesce è il re della tavola, a cominciare dal pesce spada che ancora si “caccia” con i tradizionali “luntri” e sicuramente ve lo proporranno alla ghiotta, arrostito sulla brace, al vapore, a cotoletta, in involtini profumati, in splendide “ruote” al forno, ma non dimenticate la “nunnata”, i “custardeddi”, i polpi stufati, la spatola fritta, i calamari ripieni, le braciole di pesce e il “ pescestocco alla messinese”.

Da non scordare è inoltre la tradizione casearia, che è rappresentata dalla provola dei Nebrodi e dal prezioso “maiorchino”, un formaggio stagionato ormai raro, prodotto soltanto a Novara di Sicilia con latte di pecora e capra e per ritrovare sapori antichi, quasi perduti regalatevi una ricotta infornata. Fra i dolci da ricordare è la pignolata bianca di vaniglia e nera di cacao, come del resto risultano indimenticabili le granite messinesi, la cremolata di fragola o la granita di caffè con panna.

Fra la pasticceria, da menzionare i cannoli, che qui sono più delicati che altrove, meno zuccherini e gratificati di graniglia di pistacchio alle estremità, i “cardinali”, che sono frittelle di mele e il ricercatissimo “risu niuru”, un riso annerito dal cacao, con zucca e altre “cose buone”, talmente buono da essere dedicato alla Madonna Nera di Tindari! Fanno parte della provincia di Messina sia le isole Eolie che Taormina.

In questi luoghi benedetti da Dio, grandi e piccoli ristoranti, chef di moda e i più modesti osti hanno la propria specialità, per esaltare nella pasta, con mille salse, il sapore del mare, quello dei capperi e dell’olio extravergine di oliva.

I pesci vengono cucinati in modo assai semplice, senza salse coprenti, per meglio apprezzarne il sapore o la consistenza delle carni. Delizia dei turisti sono i crostacei e i molluschi, accompagnati da tanta verdura fresca, carciofi, peperoni, melanzane, funghi, broccoli, cavolfiori… In attesa di mettervi a tavola, non rinunciate a quella rara delizia che sono i “cucùnci”, cioè il frutto della pianta dei capperi, che vi serviranno con l’aperitivo.



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