GIOVANNI MELI, TRA ARCADIA E ILLUMINISMO di Tommaso Aiello

La produzione del medico e poeta Giovanni Meli(Palermo,1740-1815), all’apice della poesia dialettale del ‘700 italiano, lo pone alla confluenza tra vecchio e nuovo, tra una rielaborazione originale della tradizione arcadica e le nuove istanze della stagione illuministica.

Dopo aver fatto il medico per cinque anni nella cittadina di Cinisi, fu professore di chimica all’Università di Palermo.

Medico, abate, professore, ma soprattutto poeta:cittadino fedele della sua Palermo, ma in particolare, spirito e fantasia imbevuti di un senso profondo della campagna: uomo docile alle convenienze del mondo feudale e settecentesco in mezzo al quale viveva, ma aperto all’idea di una società più libera e più giusta.

Rousseau, che egli ammirava, gli aveva insegnato a cercare nella natura non soltanto il segreto di una nuova sensibilità, ma anche la norma di un vivere più umano.

Per fortuna anche da tutti questi miti e programmi il Meli ritornò sempre alla poesia, senza che lo avessero gravato di troppo.

Fu arcade, il Meli? Si,se si guarda al repertorio metrico (canzonetta, anacreontica, kode) e allo sfondo agreste delle sue liriche: no, se si guarda allo spirito, al modo di vedere e di sentire la natura.

Giacchè egli non si appagò della finzione arcadica che gli dava una natura fatturata e retorica, come non si appagò delle formule immaginative e verbali in cui dall’Arcadia ufficiale la natura era stata fissata e imbalsamata.

Il suo passaggio dalla lingua al dialetto non fu soltanto una prova di validità poetica cui volle sottoporre la sua parlata nativa: fu una liberazione dal convenzionalismo accademico, e un ritorno alla freschezza dell’impressione e dell’espressione.

I referenti culturali della sua formazione infatti si possono reperire tanto nei grandi poeti dell’Arcadia (Metastasio, Rolli, Frugoni, ecc.)e nei classici (da Anacreonte a Virgilio, da Orazio a Ovidio, da Dante a Sannazzaro), quanto nei filosofi innovatori della cultura siciliana settecentesca.

Leibniz, Wolf e gli enciclopedisti costituiscono il suo retroterra culturale. Le sue opere in versi sono il Trionfo della Ragione (1760), La Fata Galanti (1762), L’origini di lu munnu (1779), Lu specchiu di lu disingannu (1779) Don Chisciotti e Sanciu Panza, poema eroicomico,(1785), Anacreontiche e conzonetti(1787), Favuli murali(1812-1815).

Il Meli ama cantare i capelli, le ciglia, gli occhi, le labbra e la voce della donna del cuore, ma anche le stagioni, il gelsomino, l’uva, le cicale e gli usignoli; l’ispirazione più schietta gli viene dalla serenità campestre.

Scritte in dialetto siciliano, le poesie del Meli trasfigurano la lingua parlata in un linguaggio letterario spontaneo e  semplice.

Nelle ecloghe e negli idilli rivivono le stagioni con ricchezze di particolari e di espressione; nelle canzonette è descritta la bellezza dell’amata, le labbra,gli occhi, la voce; nelle odi i fiori e gli uccelletti esprimono la loro gioia di partecipare alla vita del creato.

Le parole si assottigliano nel narrare il movimento dell’ape,che con le ali d’oro nell’aria magica del mattino, si libra sopra la rugiada dei prati.

L’ape è solo un pretesto che fa ricordare all’autore la dolcezza delle labbra dell’amata, e nel paesaggio terso l’ammirazione per la creatura dell’aria svanisce e prende forma a poco a poco un vago sentimento d’amore.

Lu labbru è la più famosa delle Odi meliane: Composta prima del 1781, l’anacreontica, come ha ricordato il prof.Giorgio Santangelo (curatore dell’opera omnia di Giovanni Meli-Milano,Rizzoli,1965), fu tradotta in tedesco dallo Herder e persino in finnico da Elias Lonnrot.

Tra le fonti bisogna citare,suggerisce Emiliani Giudici,un sonetto di Francesco Redi su cui si innesta la tradizione letteraria amorosa.

Lu labbru è da collocarsi nell’ambito della poesia arcadica e galante in cui il Meli si muove con perizia finissima, tra musicale leggerezza e coinvolgimento erotico finale.

Nell’ode bisogna cogliere l’incanto della melodia e della freschezza che circondano quell’ape mattutina che erra tra i fiori ancora addormentati sotto la rugiada della notte.

Qui il Meli,come osserva Attilio Momigliano,tocca il suo vero motivo: la beatitudine dei campi

 Lu labbru

Dimmi,dimmi,apuzza nica:

unni vai cussì matinu?

Nun c’è cima chi arrussica

di lu munti a nui vicinu;

 

trema ancora,ancora luci

la ruggiada ntra li prati:

duna accura nun ti arruci

l’ali d’oru dilicati!

 

Li ciuriddi durmigghiusi

ntra li virdi soi buttuni

stannu ancora stritti e chiusi

cu li testi a pinnuluni.

 

Ma l’aluzza s’affatica!,

Ma tu voli e fai caminu!

Dimmi,dimmi,apuzza nica

unni vai cussì matinu?

 

Cerchi meli?E s’iddu è chissu,

chiudi l’ali e ‘un ti straccari;

ti lu ‘nzignu un locu fissu,

unni ài sempri chi sucari;

 

Lu conusci lu miu amuri,

Nici mia di l’occhi beddi?

Ntra ddi labbri c’è un sapuri,

na ducizza chi mai speddi;

 

ntra lu labbru culuritu

di lu caru amatu beni

c’è lu meli chiù squisitu:

suca,sucalu,ca veni.


La sostanza illuministica nella sua formazione non poteva però essere del tutto bandita e per di più al poeta-medico erano ben note le condizioni miserande dei ceti più deboli dell’isola.

Perciò accanto al Meli lirico, è presente anche il Meli caricaturale e satirico delle Satiri, dei Capituli, dei Sonetti, degli Epigrammi, che appunta il suo sguardo anche sulla vanità aristocratica e sull’indingenza popolare:ma questa non era la corda più vera del Meli, poeta della natura e della serenità campestre.

La sua satira è spuntata, ammorbidita dai toni bonari. Le Satiri,comunque,sono espressione della sua onestà e retta coscienza,così come le altre composizioni citate che partecipano di questo spirito critico che, però, non è mai denuncia aperta: lo sdegno, se di sdegno si può parlare, è tuttavia sempre ben trattenuto e giustificato, da gran parte dei critici, con il suo amore-aspirazione alla natura e alla pace.

E di che tipo fosse la sua presa di coscienza delle contraddizioni della società in cui viveva, è dimostrazione la sua aperta condanna della rivoluzione borghese del 1789 e il suo orientamento filoinglese, anche se il peso di tali scelte non è storico, ma letterario.

Nel 1790 assieme a letterati e intellettuali come Francesco Paolo di Blasi, Giovanni Alcozer, Francesco Sampolo e altri fonda l’Accademia Siciliana, e nell’ambito di questa accolita raffinata si situano opere come Le riflessioni sullo stato presente del regno di Sicilia intorno all’agricoltura e alla pastorizia (1801) che testimoniano e confermano il tipo di impegno sociale.

Ma il Meli non potendo, per la sua indole mite ribellarsi apertamente alla realtà che gli appariva stolta e leggera, o perfida e insidiosa, si rifugiò in un suo mondo immaginario, la favola, portandovi la saggezza bonaria del suo spirito, ma anche l’angoscia del suo cuore buono e sensibile, che mal poteva sopportare certe perfidie umane e certe ingiustizie sociali.

La favola non fu, dunque, per il poeta siciliano una vuota esercitazione letteraria, ma una forma d’arte indispensabile, perché essa gli concedeva quell’ombra discreta dalla quale egli poteva parlare ed ammonire, sorridere e sferzare, senza timore che gli si potesse leggere in viso l’interna amarezza.

Egli, per esempio, ch’ebbe occhio curioso ed attento, dovette accorgersi più volte che gente ridicola e vana era salita ai fastigi della ricchezza e dell’onore, ma dovette riconoscere pure, da uomo saggio ed equilibrato, che quello era un buffonesco gioco della sorte, e che solo a causa del vento favorevole e della vacuità del proprio carattere quella gente era volata tanto in alto.

Tuttavia, volendo consigliare agli uomini di contentarsi della propria sorte, e volendo nello stesso tempo sferzare quella tal gente ridicola e vana, non si espresse così crudamente.

Immaginò, piuttosto, come per gioco della sua fantasia, che due lumache andassero faticosamente all’ombra di una ferla, trascinandosi entrambre sopra la schiena il grave peso della propria casa: una di loro,vedendo ad un tratto volare in alto, esile e leggera, una frasca,si lamenta della sua sorte con parole aspre di collera e di pianto; l’altra, di rimando, le consiglia scherzosamente di non darsi troppo pensiero perché, dice, solo in grazia della vacuità del proprio corpo e del vento favorevole quella pagliuzza poteva andare tanto in alto!

                                                Li babbaluci                                                   

 

Purtandusi la casa su la schina

Dui babbaluci all’umbra di una ferra,

cu la vucca di scuma sempri china

si ianu strascinannu terra terra.

                                                                                                                        

Diss’unu:<<Sta mia vita ch’è mischina!

 

Chiù ci pensu lu miu senziu sferra!

Una frasca sdisèrrama e scintina

Vidi comu va in aria linna e sgherra!>>

 

L’autru,niscennu un cornu da la tasca,

si arma lu cannocchiali so maniscu,

guarda,e poi dici<<Un ti pigghiari basca;

 

chistu è un jocu di sorti buffuniscu;

pri tantu vola in àutu sta frasca

picchì è vacanti,ed avi ventu friscu>>

 

Il riso si accompagna in noi a una profonda meditazione: quel scuma, per esempio, non è solo un particolare reale, ma anche il segno di una infelicità a cui è condannata la povera gente, costretta a vivere faticosamente e ingiustamente.

Il lamento della prima lumaca si fa iroso alla vista di una fraschetta inutile e inetta, che non conosce quella vita faticosa e ignorata, e se ne vola in alto leggera e disinvolta.

Ha ragione certo a lamentarsi e a protestare contro la vita facile di certa altra gente.

Ma, a pensarci, non c’è da invidiarla: perché quest’altra gente è vacanti-vuota, cioè, moralmente e intellettualmente, e sale in alto, alle cariche più eccelse, perché è sospinta dal vento favorevole.

E’ quello che le fa osservare la seconda lumaca:l a quale è riflessiva,è ricca di esperienza, è saggia ed è armata…d’un cannocchiale suo maneggevole, vale a dire si serve d’una delle sue antenne per vedere alto e lontano la sorte buffonesca a cui è condannato il <<giuoco>>della vita!

Ora, tutte le favole del Meli sono fatte a questo modo:sono piene di quel sapiente umorismo che si può riscontrare in tutta l’opera; e quell’umorismo, che ora scorre vivo e fresco in poemi allegri e giocosi o stride fortemente in altri caustici e mordaci; che ora freme e sorride in allusioni amare e spiritose e ora piange e impreca in altre tenui e doloranti, quell’umorismo è sempre pieno di bontà, di mitezza, di segreto dolore, di arguzia guardinga, di sorridente amarezza; ed è quasi sempre espresso in una forma viva, animata, popolaresca.

Nelle favole è manifesta la sua pietà e la sua simpatia a quelle bestie che somigliano alla gente buona e infelice, la quale è fatta segno alla insidia e alla ferocia dei prepotenti: e fra queste bestiole spiccano i topi, che sono sempre vittime dei gatti, o delle nottole, o dei ricci.

A un topolino, che aveva detto alla sua mamma che aveva avuto paura del cavallo, e aveva sentito attrazione per il gatto, questa risponde che il cavallo è un animale buono, e, nonostante l’aspetto, non fa male a nessuno:

Pari in vista chi l’aria s’appappa,

ma lu sò cori è comu carta bianca;

nun ciunna,nun divora,e mancu attrappa.

 

‘Nzumma,cu chisti armali a manu franca

Trattàticci sicuri,e ‘un dubitati:

l’àutri nun vannu d’iddi un pilu d’anca.

 

Ma il gatto, invece!

Di tutti l’animali chi cci sunnu,

chistu è lu cchiù terribili:nun cridi;

né cridiri lu po’ cui nun ha munnu.

 

A sti cudduzzi-torti ‘un dari fidi:

guàrdati di sti aspetti mansueti:

l’occhiu è calatu.però nun ti sbidi.

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