UN GRANDE DELLA PITTURA ITALIANA: IL SICILIANO ANTONELLO DA MESSINA di Tommaso Aiello

Nella metà del XV secolo in tutta l’Italia meridionale,da Napoli a Palermo,domina  un clima artistico tra i più vari e compositi,definito mediterraneo,perché nato dall’incontro delle civiltà artistiche che si affacciano su questo mare.

A Napoli regna Renato d’Angiò,egli stesso buon pittore,innamorato dell’arte francese;alla sua corte si conoscono opere dei fiamminghi Jan Van Eyck e Rogier van der Weyden,del pittore francese Jean Fouquet e dello spagnolo Jacomart Baço.

In questo ambiente così vivo e vario svolge la sua opera il Colantonio,un pittore che raccoglie tutte queste esperienze internazionali e le trasmette al suo geniale discepolo:Antonello da Messina.Scultura e architettura non vantano in questo momento opere di particolare interesse:le decorazioni dell’Arco aragonese a Napoli sono affidate a maestri venuti da fuori,tra i quali eccelle Francesco Laurana;a Palermo lavora il lombardo Domenico Gagini che dà origine a una vera scuola di scultori locali.

In architettura le novità rinascimentali sono ancora sottoposte alla sontuosità decorativa di gusto spagnolo;l’unico che raggiunge un geniale compromesso è Matteo Carnelivari,il cui capolavoro è la Chiesadi Santa Maria della Catena a Palermo.Le origini della pittura di Antonello si ritrovano nella bottega del Colantonio,dove il giovane messinese apprende a fondere la preziosità degli ori e dei broccati catalani con la minuziosa e attenta osservazione del reale,caratteristica dei fiamminghi,e con la solida corposità della scuola francese.

Le sue prime opere (San Zosimo di Siracusa, Madonna di Londra, Crocifissione di Sibiu) risentono profondamente di tutti questi influssi.

Madonna di Londra-National Gallery

Crocifissione di Sibiu –Romania

Ma ben presto nella formazione di Antonello si inserisce un elemento nuovo, derivato dalla contemporanea pittura pierfranceschiana: la coscienza dello spazio, l’inquadratura prospettica entro cui collocare le immagini come volumi obbedienti a rigide regole compositive.

Non è però del 1465  il Cristo benedicente; il celebre”pentimento”della mano, dopo una prima esitazione posta decisamente in scorcio, a benedire, dichiara già avvenuti la”folgorazione”prospettica pierfranceschiana e l’inizio di nuovi accordi di Antonello con la pittura rinascimentale italiana.

Il virtuosismo prospettico così felicemente esibito nella mano benedicente quindi non può collocarsi nella fase “fiamminga” documentata nella Crocifissione di Sibiu,come osserva giustamente il Previtali(1980), ma deve stare a fianco di altri pezzi di bravura consimili, come nella pala di San Cassiano, o il cattivo ladrone nella Crocifissione di Anversa e quindi in altri termini nel 1475.

Secondo la Dunkerton(2000) essa è inoltre sostenuta dalla tecnica a  olio messa in atto da  Antonello in questo dipinto che è certamente  più sapiente ed elaborata .

Crocifissione di Sibiu –Romania

Si osservi inoltre che la plasmatura e il trattamento del volto e dei capelli, nella loro perfetta formalità,corrispondono in maniera assai precisa a quelli dell’Ecce Homo del Collegio Alberoni di Piacenza,firmato e datato 1475.

E’ tuttavia la variazione intervenuta di quella mano in scorcio,che sembra ruotare nell’aria,e fendere lo spazio come lama affilata a parlare inequivocabilmente della civiltà prospettica italiana e dei suoi spericolati virtuosismi.

In tal senso, essa esclude del tutto la data più antica.e vale a collocare l’opera nel momento di più intenso sperimentalismo del periodo veneziano.

Accordi ben visibili nella straordinaria creazione palermitana,così come ormai riconosciuto da tutti della  Annunziata del Museo di Palazzo Abatellis di Palermo.

L’idea di assolutezza spaziale di una forma che lentamente ruota,deviando appena dalla perfetta frontalità,la mano che fende lo spazio in avanti,sono evidentemente coinvolte nelle stesse problematiche di cui parla il Cristo benedicente di Londra,e l’identità morfologica nella resa dei due volti è certamente di grande rilievo.

 

L’Annunciata –Palazzo Abatellis –Palermo

Se tuttavia tale confronto non è mai stato proposto(o almeno non nei termini di astratta contiguità cronologica,poiché quanto al resto, già Bottari nel 1958 lo aveva già evidenziato), è perché gli studiosi delle epoche più antiche erano trattenuti dalla lettura della sua data quale 1465 e non 1475, come,a iniziare, così come abbiamo già detto,  da Previtali(1980), oggi generalmente si fa.

Si può poi dire che la tavola dell’Annunciata è nata così come si vede, perché Antonello ha inteso coinvolgere profondamente lo spettatore, e farlo assistere all’evento.

Per lo studioso o per l’osservatore si aprono più alternative:o identificarsi,appunto con l’angelo,o pensare a sè stesso come a un testimone,piuttosto che come persona con un ruolo attivo nella scena, ovvero pensare alla scena come a qualcosa di esterno, e calarsi nei panni puri e semplici di spettatore.

Qualunque sia la funzione che ci si voglia dare, l’Annunciata   resta uno dei più alti capolavori del Quattrocento italiano, nella sua prodigiosa congruenza tra intenzioni e realizzazione.

Ieratica e distante,il suo volto raggiunge l’intattezza assoluta dell’ovale. Persino l’asciutta nettezza delle linee diritte,nella costruzione di un triangolo ideale,contribuisce a questa smagliante integrità.

Scrive Mauro Lucco (Antonello da Messina, opera completa) che la bellezza della Madonna è tale da farla parere immutabile, un leggero soffio di vento scompiglia le pagine del libro, le fa aprire e girare.

“Un dipinto di tale concentrato e studiato concetto,di sintesi architettonica e strutturale,da doversi salutare,com’è giusto,quale una delle massime espressioni della pittura europea di tutti i tempi”.

La descrizione appassionata di Michiel fotografa assai bene la situazione di un altro capolavoro: San Girolamo nello studio, il trovarsi cioè a cavallo tra due diverse sensibilità pittoriche:da un lato la quasi spietata minuzia descrittiva della cultura fiamminga, ove pare che persino nel cartellino vi sia una scritta col nome dell’autore, senza che invece si legga nulla, e dall’altro il funzionamento ottico italiano, quel “fuggire”prospettico che a volte deve, necessariamente, cancellare i dettagli, ma è quanto di più vicino si possa avere alla comune esperienza umana della visione.

San Gerolamo nello studio-1474-Londra Nat.Gallery

L’interno dell’ambiente,costruito in termini di sfondato prospettico,rigidamente centrico, senza pause o allentamenti, ricorda analoghi esperimenti linguistici operati nell’Italia Settentrionale da Jacopo Bellini e dal Mantegna in un tentativo di sintesi tra concetto di spazio unitario e micrococosmo fiammingo si somma agli altri elementi favolosi che lo compongono, moltiplicandone il significato.

In questo capolavoro Antonello innesta tecniche ed espedienti fiamminghi su una costruzione spaziale pienamente rinascimentale e italiana.

Al di là di una incorniciatura illusionistica in pietra, il pittore realizza un’architettura momumentale, una sorta di navata di chiesa al centro della quale colloca uno studiolo di legno dove il santo è intento a leggere un codice.

Intorno a lui sugli scaffali sono disposti gli strumenti della vita intellettuale, soprattutto libri e arnesi da scrittura che rafforzano la connotazione umanistica del dipinto. Straordinaria la definizione della luce, che penetra nel dipinto da varie fonti: evidente è il riferimento alla pittura fiamminga, arricchita di una nuova consapevolezza spaziale.

I complicati effetti di controluce e di ombre, contribuiscono alla costruzione  di un’immagine dall’assoluto equilibrio formale.

Unico ricordo della vita eremitica di Gerolamo resta il leone che si intravede sullo sfondo,nell’ombra.

La resa del pavimento a piastrelle geometriche,poi,costituisce un autentico virtuisismo prospettico.

Vogliamo concludere con un’opera che i grandi critici non annoverano tra i capolavori di Antonello e lo facciamo perché a nostro avviso il ”Ritratto d’uomo” ha un fascino tutto suo che ci riporta alla sicilianità che piaceva molto ad Antonello, tanto da ricordarsene sempre nelle sue opere e poi perché si trova al Museo Mandralisca di Cefalù e quindi a due passi da noi per poterne gustare tutta la bellezza.

Questo ritratto deve collocarsi tra il 1465 e il 1470, un po’ prima, quindi, della composizione dei grandi capolavori.

Per unanime consenso,la tavoletta è stata ritenuta uno dei primissimi ritratti dell’artista.L’enigmatico e beffardo sorriso che si può cogliere nel ritratto,secondo la Savettieri(1998),richiama la Madonna Salting di Londra ed ancora la statuaria della Grecia antica,in particolare con qualche figura di kouros.

Il dipinto riflette inoltre l’influenza della ritrattistica delle Fiandre.

Ritratto d’uomo(1465/1470).Museo Mandralisca Cefalù

Le diverse valutazioni dipendono ovviamente, dalle ipotetiche fonti cui la tavola è stata associata, ma è certamente essenziale l’incontro con Piero della Francesca, per dare all’immagine la sua assolutezza quasi architettonica.

Tuttavia il turgore della forma, dal risalto quasi d’intaglio ligneo, un certo untuoso nitore della pennellata, il tagliente contrasto di neri e di bianchi della veste sembrano collegarla al gusto provenzale.

Ai primi del Cinquecento, come ha indicato la Savettieri(1998), l’opera era ben conosciuta a Messina, se Girolamo Alibrandi sembra riprodurre questo stesso volto in uno degli astanti della sua Presentazione al tempio, già nel  duomo cittadino,e oggi nel museo regionale di Messina.   Per concludere diciamo che l’arte di Antonello rappresenta un punto di arrivo nella cultura quattrocentesca e lascia aperte possibilità di soluzioni al secolo successivo.

Egli rappresenta in maniera inequivocabile l’incontro tra due culture, l’italiana e la fiamminga, entrambe vissute nel loro momento costruttivo da un artista che ne comprende a pieno i fermenti e li unifica elaborando una sintesi quanto mai originale e creativa.

Antonello da Messina diventa così un grande protagonista dell’arte di tutti i tempi.        

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